Va' a prendere le tue cose. I sogni richiedono fatica.

Paolo Coelho

Teambuilding


Due anni fa

Sono passati due anni. Due anni esatti dal 29 luglio 2015, il giorno delle mie dimissioni dall’incarico più meraviglioso che abbia mai avuto l’onore di ricevere.

Meraviglioso sì, per il suo rappresentare il valore più alto, più istituzionale, più vicino a un senso di appartenenza totalizzante di tutto ciò che io abbia mai fatto prima e dopo. Io, non un ex campione diventato allenatore, ma un ragazzo partito da un oratorio con una laurea in filosofia. Io, un passo alla volta, attraverso quattro campionati di diverse categorie, otto città, tre nazioni. Io, dopo un giro lungo, arrivato alla cosa più grande immaginabile: allenare la Squadra Nazionale del proprio Paese. Ho avuto l’onore, in quel giro lungo, di allenare campioni olimpici ed esordienti, greci e finlandesi, uomini e ragazzini. Per sei mesi, quando ero a Montichiari, ho persino allenato una squadra di detenuti di un ospedale psichiatrico giudiziario. Non è retorica dire che da tutti ho imparato qualcosa. Qualcosa che mi ha reso felice o che mi ha fatto male, qualcosa che non capivo, ma che poi mi sarebbe servito, qualcosa che ho vissuto come pura bellezza oppure qualcosa che è stato brutto, doloroso, senza significato. Di sicuro sono certo di aver messo in campo, in quei cinque incredibili anni con addosso la maglia azzurra, tutto quello che, in quel giro lungo, ho imparato. Allenare la nostra Squadra Nazionale non è stato semplicemente “allenare”. Quelle 134 partite, quelle sette medaglie tornate in Italia dopo un periodo di cinque anni dove le medaglie vinte erano state zero, è stato spingere me stesso e le persone che con me hanno condiviso quel cammino, verso la cima di una montagna a cui ho dedicato venticinque anni della mia vita. D’altronde il gesto dell’allenare altro non è che “allenare al desiderio di…” e, dunque, non torno e non voglio più tornare sul motivo per cui decisi di lasciare. C’è una lettera, che scrissi la notte di due anni fa, a cui avevo dato un titolo: “Grazie, mi fermo qui”. La rileggo oggi, con un sentimento che è difficile da spiegare, e la trovo ancora così dolorosamente attuale. Mi è stato chiesto centinaia di volte: “Lo rifaresti?”. Non mi interessa giocare a fare l’eroe: è stato così tanto il dolore che quella decisione mi ha procurato che non so rispondere. Non so se lo rifarei, so che era la cosa giusta da fare. La desolazione sta nel fatto che, se certamente quella era la cosa giusta da fare, forse non è servita a niente.

Non so se troverò un’altra montagna a cui dedicare 25 anni di vita. Non so se troverò un’altra montagna capace di riaccendere quel fuoco (che “sacro” davvero deve essere) a cui ho dato tutto, ma proprio tutto, il combustile che avevo e che si è spento due anni fa, proprio un 29 di luglio. Non lo escludo, non l’ho mai fatto, ma fino ad oggi non c’è stato nessun progetto capace, quel fuoco, di riaccenderlo. Non mi sono mancati i momenti di tentazione di fronte a qualche scintilla rimasta accesa lì sotto la cenere. Club importanti (in Asia e in Europa, nessun club italiano sgombro io il campo da ogni dubbio…), e alcune squadre nazionali non hanno fatto ritrovare in me la chiave del serbatoio di quel carburante che, se si è onesti, è fondamentale per poter fare la professione di allenatore regalandole ciò che merita, ovvero il 100% di se stessi. Ho fatto e sto facendo altro, con grande orgoglio. Mi sono ritrovato, una manciata di settimane dopo quel 29 luglio 2015, a dirigere una Scuola che ha a che fare, eccome, con il talento. Un posto magico, un’esperienza intellettualmente enorme che prosegue, tutt’oggi. Credo tuttavia di avere ancora delle cose da dare e da dire al mondo dello sport del nostro Paese. Chissà forse non al mondo della pallavolo al quale ho dato ogni stilla di energia e che sempre e comunque ringrazierò perché mi ha letteralmente costruito, un pezzo dopo l’altro, nell’essere ciò che sono. Ho lottato, prima, durante e dopo per fare un lavoro così importante e così simbolico, come quello di Commissario Tecnico della nostra Squadra Nazionale, per trasmettere una certa visione di sport. Un certo modo di fare sport. La mia visione, la mia idea. Certo, sono consapevole che possa non essere l’unica, ma era la mia. Rimane la mia. Rimarrà la mia. Quando si è chiamati a qualcosa di così alto è bene farlo seguendo la propria idea. A ogni costo.

Forse ho pagato un prezzo, perché quell’idea, per me, era importante come la più importante delle medaglie. Continuo a credere che, quell’idea, le medaglie le faccia vincere e lo dico con la certezza di chi cinque anni fa era con una bandiera sulle spalle davanti a un podio olimpico dove c’erano 12 atleti e 13 maglie. I cinque minuti più incredibili della mia vita.

Non ho intenzione di rinunciare a quell’idea, perché essere campioni, nel senso che a me affascina, comporta responsabilità, diritti e doveri. Lo sport, epica dei nostri tempi, è un modo per cambiare il mondo (e non lo dico io, lo sosteneva un certo Nelson Mandela) e sarebbe bene che tutti noi, che di sport abbiamo vissuto o viviamo, ce lo ricordassimo tutte le mattine, al risveglio.

Da quella montagna alla quale sono stato abbracciato per cinque anni, sono sceso. Oggi sono al campo base, e la guardo con la nostalgia che si prova dopo aver fatto un viaggio straordinario che ti ha portato a vedere paesaggi da perdere il fiato, là dove si può arrivare solo ed esclusivamente a piedi. Con i tuoi piedi, con le tue forze. Sono salito su cime inaspettate, mai solo, sempre grazie a cordate diverse. Sono arrivato a qualche centinaia di metri da quella cima che più di ogni altra, per 25 anni, ho sognato e desiderato. Mi sono fermato lì, dove l’aria rarefatta ti regala la sensazione di averla davvero a portata di mano.

A cosa è servito?

C’è un libro di memorie di un francese che si chiamava Lionel Terray e che definisce gli alpinisti: “I conquistatori dell’inutile”. Morì, Lionel, 44enne, in montagna. Probabilmente felice, alla ricerca di un altro pezzo di bellezza apparentemente inutile che, appunto, è inutile spiegare.

Ho letto tanti giudizi nel corso dei miei cinque anni alla guida degli Azzurri. Giudizi belli, emozionanti, obiettivi, ragionevoli, brutti, offensivi, pieni di pregiudizi, irragionevoli. Probabilmente capiterà così anche qui sotto, quando pubblicherò queste riflessioni. Sono stato, sono e sarò felice di trovare ancora tante persone che mi dimostrano stima e che ringrazierò per sempre. Ci saranno persone che anche in questo caso troveranno il modo di sfogare proprie frustrazioni. Fate pure. Questi due anni sono serviti ad anestetizzare anche quel nervo. Oggi leggo e non riesco che a sorridere, con amarezza, di fronte a chi usa la tastiera del proprio computer come una sputacchiera o un vomitatoio di livore. D’altronde questa, non solo nello sport, è l’età del risentimento. Non sarà il più bel mondo dove vivere? Pazienza, è questo. Lo abbiamo costruito noi così. Punto.

Il 29 luglio è nato Benito Mussolini, è morto Van Gogh, è stato il primo giorno della 1° Guerra Mondiale e quest’anno, la solita profezia, lo ha indicato come la data di un’ennesima fine del mondo. No, non finirà oggi il mondo. Perché il mondo ha in sé la malattia e la cura e va avanti, dritto per la sua strada, nonostante i nostri tentativi di peggiorarlo. Tuttavia, mi si permetta la battuta, se questo 29 luglio lo si potesse togliere dal calendario, ne sarei felice.

Ho regalato tante volte ai miei atleti una poesia di Kostantinos Kavafis. Si chiama “Itaca” e racconta del viaggio di un Ulisse giovane ed eroico verso la propria isola, rammentando di quanto occorra essere felici che quel viaggio sia lungo, pieno di porti da visitare, di ricchezza, di persone, di luoghi, di momenti che si incontreranno lungo la strada.

Oggi regalo a me stesso e a chi avrà avuto voglia di leggere fino qui, i versi finale di un’altra narrazione di Ulisse, quello di Alfred Tennyson, poeta inglese, che trovai scritta, a caratteri cubitali, dentro al villaggio olimpico di Londra. E’ un Ulisse diverso quello di Tennyson, vecchio, tornato a Itaca da anni, non più l’eroe di un tempo, non più con la stessa forza a disposizione. Ma è un Ulisse che sente di dover ripartire di nuovo e allora, con lo stesso carisma, raccogli i suoi uomini e dice loro:

 

“WE ARE NOT THAT STRENGTH WHICH IN OLD DAYS

MOVED EARTH AND HEAVEN, THAT WHICH WE ARE, WE ARE.

ONE EQUAL TEMPER OF HEROIC HEARTS,

MADE WEAK BY TIME AND FATE, BUT STRONG IN WILL

TO STRIVE, TO SEEK, TO FIND, AND NOT TO YIELD.”

 

 

“NOI NON SIAMO OGGI QUELLA FORZA CHE IN GIORNI ANTICHI MOSSE TERRA E CIELI, CIO’ CHE SIAMO, SIAMO.

UN’ EGUALE INDOLE DI EROICI CUORI, IDEBOLITI DAL TEMPO E DAL FATO, MA FORTI NELLA VOLONTA’

DI COMBATTERE, CERCARE, TROVARE, E DI NON CEDERE.”

 

Quell’Ulisse parla a tutti noi, che abbiamo sempre un luogo a cui desideriamo ritornare e, ogni volta che ci arriviamo, scopriamo che ce n’è sempre un altro di cui già sentiamo la mancanza.

 

Roma 2024, secondo me

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C’era una volta una città alla quale un dittatore aveva imposto di voltare le spalle al mare. Era lì, il mare, a poche centinaia di metri, ma la Barcellona del caudillo Francisco Franco era stata privata di quel piacere primordiale di potersi riempire gli occhi del suo colore, le narici del suo profumo e la pelle con i brividi della brezza che sale al tramonto. Un giorno il dittatore se ne andò, ma la sua eredità, sopravvissuta al suo delirio, fu un dedalo di ferrovie, strade, fabbriche che impedivano l’accesso a un mare avvelenato da scarichi, rifiuti e scarti di presunta civiltà. Quella città, però, del mare aveva una nostalgia infinta. Così quando nel 1986 a Barcellona vennero assegnati i Giochi Olimpici che si sarebbero disputati sei anni dopo, quella nostalgia diventò energia. Un’energia inesauribile, infinita. C’è un modo di dire per identificare le imprese colossali, quelle che tutti ritengono impossibili: “spostare le montagne”. Beh, in questo caso ancora peggio, bisognava spostare il mare. Attraverso un lavoro gigantesco, fatto di visioni e di fatica, la più impossibile delle utopie diventò realtà, grazie alla forza, al coraggio, alla voglia di correre rischi, alla passione. I Giochi Olimpici di Barcellona restituirono il mare alla città, per sempre e, altrettanto per sempre, cancellarono come le onde fanno con le scritte sulla battigia, la memoria triste di un dittatore triste. Certo serviva coraggio. D’altronde se i grandi navigatori del XV secolo avessero navigato lungo la costa, non avrebbero mai scoperto l’America. O, meglio, l’avrebbe scoperta qualcun altro: il primo a puntare dritta la prua verso il mare aperto, capace di non guardare indietro e di non pensare alle proprie probabilità come sfavorevoli. Fortunati, allora, quegli atleti i cui allenatori credono che saranno in grado di far loro compiere imprese che essi stessi neppure riescono a sognare. Fortunati quegli studenti i cui maestri credono che saranno in grado di far loro raggiungere obiettivi che essi stessi neppure riescono a definire. Fortunati quei popoli i cui governanti credono che riusciranno a far loro vivere una vita che essi stessi neppure riescono a immaginare. Fortunati tutti coloro che credono che il mare si possa spostare e sono pronti a convincerti che succederà.

Una delle più belle fotografie di tutta l’intera storia dello sport raffigura un esile soldato etiope che, nel 1960, taglia a piedi scalzi il traguardo di una maratona che termina sotto l’Arco di Costantino, a pochi passi dal Colosseo. In quello scatto ci sono millenni di storia colti tutti insieme. C’e Filippide e il suo Nenikèkamen urlato cinquecento anni prima di Cristo, c’è la grandezza di Roma imperiale, c’è la magia del presente, c’è il futuro che sta arrivando anche grazie a quella corsa di oltre quarantadue chilometri a piedi scalzi. C’è il mare in quella foto. Se guardate bene da qualche parte lo trovate. Ecco: a me non bastano i Giochi Olimpici del 2024 a Roma. No. Io desidero con tutte le forze quei Giochi, perché ho nostalgia e desiderio infinto di un mare pulito dove nuotare. Io, per Roma, desidero i Giochi e, insieme, il mare.

Sogni olimpici

Rio-2016-864x400_cRicordo soltanto una cosa di quando entrai nel tunnel dello stadio olimpico di Atene, il 13 agosto 2004, giorno della cerimonia di inaugurazione di quei Giochi Olimpici. Un frastuono che arrivava da fuori e chiamava a sé, quasi ingoiando chi ci entrava, e raccontava di come tutto il mondo, tutto, fosse lì in fondo ad aspettare. Era una cosa troppo grande per me, una sorta di sindrome di Stendhal di fronte a quella che ora l’opera d’arte di più straordinaria bellezza che avessi mai avuto davanti agli occhi. Facevo l’assistente allenatore della squadra nazionale italiana di pallavolo, arrivavo a quei Giochi Olimpici dopo una vicenda personale dolorosa e kafkiana che mi aveva fatto pensare di doverci rinunciare fino a poche ore prima. Pensavo che non ci sarebbe stato altro, mai più, di avvicinabile a quello che stavo vivendo. Ricordo solo lacrime di gioia che erano un balsamo: chiudevano quella vicenda che mi era capitata ed erano la mia offerta e il mio ringraziamento agli dei dello sport, qualora ce ne fossero, per l’avermi concesso di essere lì.

Il 27 luglio del 2012 mentre ero a pochi metri dall’ingresso nello stadio olimpico di Londra ricordo di aver pensato distintamente che otto anni prima mi ero sbagliato. Stavo vivendo qualcosa di ancora più grande, che pensavo troppo grande perfino da sognare. In quel momento, dietro al tricolore, c’era uno come me questa volta con la piena responsabilità non solo di vivere un sogno individuale ma di far sognare un Paese intero.

Uno come me, che arrivava dal nulla, che non era stato un grande atleta. Uno come me, con addosso quel compito meravigliso.

Le emozioni che ad Atene mi avevano travolto in una forma molto più intima e personale erano diventate un’emozione collettiva, condivisa e quindi mille volte più potente, mille volte più profonda. Scoprivo la bellezza e la meraviglia del sentirsi parte di qualcosa che è più grande di te, come singolo individuo.

Chi fa il lavoro che per tanti anni ho fatto io sa che non sta facendo un lavoro: sta vivendo una passione, un privilegio, una benedizione. Sa che si sta nutrendo di emozioni, nel bene e nel male. Sa che quelle emozioni sono ciò che lo tengono vivo, ciò che lo tengono compatto ma sa anche che, quelle emozioni, le ha ricevute in prestito.

Chi fa il lavoro che per tanti anni ho fatto io sa che c’è un prima e c’è un dopo e con onestà ringrazia ogni giorno per ciò che ha trovato e lavora ogni giorno per ciò che prima o poi lascerà.

Dovrebbe essere così: ciò che facciamo, mentre lo facciamo, ha senso se quando non lo faremo più avrà lasciato il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato. Dovrebbe essere così in politica, in economia, nel mondo dell’arte, del business e, naturalmente, in quello dello sport.

Sono orgoglioso di avere, per cinque anni, vissuto il privilegio più grande che potessi immaginare. Sono orgoglioso in particolare di una passeggiata solitaria dentro al villaggio olimpico che si stava svuotando, la notte dopo la conquista della medaglia di bronzo ai Giochi Olimpici di Londra. In quelle ore di solitudine, poco dopo quel podio, avevo pensato che non ci fosse nulla di più importante per me che tornare, quattro anni dopo, a vivere quella meraviglia. Ma, di nuovo, avevo pensato che non ci fosse nulla, nulla al mondo, che desideravo di più che tornarci con la squadra nazionale del mio Paese.

In quelle ore, camminando per le strade di quel mondo perfetto che si stava smontando, avevo messo a fuoco ciò che avrei poi chiamato “Progetto Rio2016”: un cambio generazionale radicale, collegiali invernali dove ho visto decine e decine di atleti, spesso provenienti da settori giovanili, dalla serie B o dalla serie A2, che avessero un’età compatibile con l’appuntamento del 2016.

Penso ai quattordici atleti che questa notte hanno timbrato il loro passaporto con il visto per Rio e sono orgoglioso di averne fatti esordire undici in maglia azzurra. Dei quattordici di questa notte di Tokyo, tredici non erano a Londra, poco più di tre anni fa. E allora penso a quei collegiali all’Acqua Acetosa, a cui tanti guardavano con sorrisi ironici, e vedo Matteo Piano, Simone Giannelli, Jacopo Massari, Oleg Antonov, Simone Anzani, usciti proprio da quella esperienza, abbracciarsi in campo, oggi. Vedo Pippo Lanza e Luca Vettori e penso alle serate passate a discutere sul loro percorso con il Club Italia. Vedo uno staff cambiato e fortemente voluto, tutto lì in mezzo al campo stretto a toccare con mano il sogno più grande che chi vive di sport può disegnare nella sua mente, di solito incominciando a farlo da bambino. Per chi fa questo lavoro non c’è gioia più grande, lo so bene. Conosco quello che stanno provando perché ho avuto la fortuna di provarlo.

I miei ricordi, le decisioni, le gioie, le felicità, la rabbia, i dubbi, le notti senza dormire, le vittorie, le sconfitte, il senso di responsabilità e quello del dovere: mi tengo tutto, come il più prezioso dei tesori. Rifarei tutto. Compresa, delle mille decisioni prese, l’ultima. Perché alla fine, grazie al cielo, non c’è nessun risultato sportivo che possa prescindere dal rispetto delle regole, dei valori, delle persone. Mi tengo stretto tutto questo, che è stata la mia vita per cinque anni, insieme all’onore e alla gioia immensa di aver fatto parte di un movimento sportivo che per l’undicesima volta consecutiva porta la sua squadra nazionale ai Giochi Olimpici.

Mi complimento di cuore con tutti coloro che hanno raggiunto questo risultato, sono orgoglioso di tutti coloro che sono laggiù a Tokyo a festeggiare e sono felice per tutti coloro, atleti e staff, che vivranno questo sogno olimpico. Sono felice per i milioni di tifosi della nostra squadra nazionale che, a prescindere da allenatori, atleti e dirigenti che la compongono, è stata, è, e sarà un patrimonio di proprietà loro e dello sport del nostro Paese.

 

 

Ciao Don Aldo, fuoriclasse.

Don Aldo, ti abbiamo accompagnato questa mattina. Un oceano di persone a celebrare, con gli occhi lucidi, la gioia e il dono di averti conosciuto. Nello stesso giorno i telegiornali si sono occupati di uno sfregio alla decenza e al valore della legalità rappresentato dal funerale di Vittorio Casamonica, un capoclan salutato con la musica de “Il Padrino”, petali lanciati da un elicottero, Rolls Royce, e un tiro di sei cavalli neri davanti al feretro.

Tutto sotto gli occhi di un parroco che ha celebrato, Aldo. Un salesiano, come eri tu.

No, non è così. Lui non è come te e adesso provo a raccontare il perché.

Ho parlato con te di calcio, di Teologia della Liberazione, di montagna, di oratori, di Borgo San Paolo, di pallavolo, di Mato Grosso, del Filadelfia, di giovani, del Grande Torino, di passato, di presente e soprattutto di futuro. Perché tu non potevi che coniugare tutti i tempi al futuro, come tutti coloro che sono mossi da una visione.

La tua ultima telefonata una manciata di giorni fa. Tu, capace di trovare tempo per me in un mio momento difficile. Tu, che avevi invitato me tante volte a parlare alla tua “Scuola di Sport”, con pazienza e affetto mi hai parlato di regole, di rispetto, di dignità.

Ti ho ascoltato, Don Aldo. Come sempre.

Fondamentalmente perché tu eri uno di quelli che quando dicono una cosa è perché l’hanno già fatta.

Tu scrivevi: “ancora oggi sto dalla parte dei giovani, realtà stupenda e faticosa, quotidiano incontro che mantiene fresco lo spirito, ma logora il fisico. Eppure, va bene così!”

Lo hai fatto fino all’ultimo giorno e non ci siamo accorti che il tuo fisico si stava logorando. Abbiamo la consolazione di sapere che non sarebbe servito a niente, perché chi ha una visione non conosce limiti. Chi ha una visione ha una dimensione del tempo che non è uguale a quella degli altri. Chi ha una visione non ha altra opzione che correre, e sempre per primo, davanti al gruppo. Anche in questo caso. “Sei andato avanti”, come dicono gli Alpini.

Avevi chiuso la telefonata, come sempre, con il nostro Toro.

Ancora cito parole tue: “Il Toro è cosa che non si può capire se non standoci dentro. È realtà di persone che, nella semplicità dei gesti e dei rapporti, creano famiglia. È condivisione quotidiana di ideali e di valori che vanno oltre il tifo”

Aldo, tu avevi una visione e tante missioni.

“Il mio Toro, la mia missione” è il titolo del libro che ti ho quasi costretto a dedicarmi. Era pochi mesi dopo i Giochi Olimpici di Londra, a una cena.

“Tu chiedi l’autografo a me?”.

Sì, Don Aldo, io chiedo l’autografo a te e adesso me lo tengo stretto come un tesoro.

Ti chiedo l’autografo perché hai vissuto la vita intera dalla parte dei giovani, dalla parte dei poveri, dalla parte dell’America Latina, dalla parte del Toro.

Capisci la differenza, Aldo? Capisci perché i telegiornali non hanno parlato di te ma di un capoclan e di un prete cha ha chiuso gli occhi?

Perché tu hai scelto sempre la parte giusta. E di quella non si parla mai.

Parliamo tutti noi di te, Don Aldo.

E ne parliamo come di quei fuoriclasse che dove i giocatori normali non vedono altro che tibie e parastinchi, vedono invece lo spazio per un tunnel.

Buon viaggio, fuoriclasse.

Per favore, fatti sentire ogni tanto. Tu, senz’altro, troverai il modo.

 

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Grazie, mi fermo qui.

Oggi ho comunicato al Presidente Carlo Magri la decisione di rimettere il mio mandato di Commissario Tecnico della Squadra Nazionale di pallavolo nelle mani Sue e del Consiglio Federale.

Il clima generatosi intorno alla squadra, in relazione al provvedimento disciplinare nei confronti di quattro atleti da me deciso in occasione della Final Six di World League a Rio de Janeiro, mi ha reso consapevole di non sentire più quella fiducia completa nel mio operato che sempre ho sentito e che è condizione necessaria per poter svolgere questo straordinario compito.

Il dolore di rinunciare al mio ruolo di CT a un mese dell’obiettivo verso il quale tutto il mio lavoro era stato indirizzato nel quadriennio olimpico, non è negoziabile rispetto alla difesa di valori che ritengo fondamentali quali il rispetto delle regole e della maglia azzurra. Valori che ritengo altresì fondamentali nella mia visione di sport.

La commovente risposta della squadra successiva alla mia decisione (la vittoria contro la Serbia e, ancora di più, la coraggiosa sconfitta contro la Polonia campione del mondo) mi restituisce la certezza che sui valori tutto si fonda.

Tengo tuttavia, amaramente, questa certezza solo per me, ringraziando di cuore i 13 protagonisti di quelle due partite, perché il coro di chi ha letto nella mia decisione incapacità di gestione, inadeguatezza al ruolo, danno economico o addirittura causa scatenante di una brutta immagine per il nostro movimento mi fa pensare che il rispetto delle regole sia diventato merce negoziabile davvero.

Se così è il mio passo indietro è dovuto, perché non è e non può essere questo il mio modo di intendere lo sport e fare il Commissario Tecnico.

Ringrazio tutti coloro che hanno lavorato con me in questi anni, atleti e membri dello staff, perché tutti mi hanno insegnato delle cose. Un pensiero particolare va ai 30 atleti che in questi quattro anni e poco più hanno esordito con la maglia azzurra. E’ un record di cui vado molto fiero perché regalare questa gioia non ha davvero prezzo.

Ringrazio tutti gli staff delle Squadre Nazionali giovanili e in particolare Mario Barbiero, motore inesauribile della nostra pallavolo maschile giovanile. Fin dal primo minuto ho voluto dimostrare come la nazionale Seniores fosse parte di un progetto comune che incomincia a quattordici anni con i Regional Days. Le nostre squadre giovanili stanno da qualche tempo brillando in Europa e nel mondo e considero questo fatto, insieme alla riforma dell’Under 13, un’ulteriore medaglia di cui andare fiero.

Ringrazio il Presidente Magri per aver realizzato, il 17 dicembre del 2010, il mio più gigantesco sogno di bambino. Sono passati da quel giorno anni, medaglie, vittorie, sconfitte. 134 volte ho sentito suonare l’inno di Mameli con il cuore che scoppiava di orgoglio e di rispetto per quella bandiera distesa davanti a me.

Tengo tutti questi ricordi ma ne scelgo uno: la fotografia scattata sul podio olimpico di Londra. L’onore più grande che potesse immaginare un ragazzo che aveva incominciato ad allenare in un oratorio della sua città.

Ho un ultimo desiderio che devo soprattutto ai miei figli Francesco e Beatrice: vorrei spiegare loro che il nuovo modo di comunicare fondato sulle opinioni espresse sulle pubbliche piazze virtuali dei social network, ha fatto sì che siano state di me scritte cose che spero loro non leggeranno mai. Dietro ai ruoli ci sono persone e il principio del rispetto della persona dovrebbe guidare anche questo nuovo modo di comunicare. Mi piacerebbe che Francesco e Beatrice crescessero con l’idea che rispettare le regole e le persone è talmente bello da essere rilassante. Mi piacerebbe che andassero orgogliosi del fatto che il loro papà, partendo dal nulla, abbia avuto l’onore infinito di rappresentare il nostro Paese. Mi piacerebbe fossero orgogliosi del fatto che, al di là di 7 medaglie vinte, il loro papà possa essere ricordato per averlo fatto sempre e comunque con onestà. Con fatica, con onestà e con la schiena dritta.

Mauro

Default di chi?

Se invece di chiamarlo “default” lo chiamassimo “fallimento” forse sarebbe più chiaro che ciò che fallisce non soltanto è un Paese, una trattativa, un bilancio economico. Fallisce quell’idea meravigliosamente visionaria degli Stati Uniti d’Europa, fallisce l’idea di un’ Europa dei popoli, capace di prendersi cura dei suoi ultimi. Non fallisce la Grecia, fallisce un’idea alla quale io stesso ho tanto creduto: quella di un’ Europa di cui essere orgogliosi. Non mi sento più cittadino europeo. Sono un italiano che ha passato tre anni della propria vita in Grecia, imparando lì la dignità della bellezza, anche quando sfiorisce, e la forza indistruttibile che l’orgoglio della propria storia restituisce ad un popolo. Ho ricevuto da quella gente il dono prezioso dell’ospitalità, l’insegnamento di come si può far sentire a casa propria uno straniero. Non lo dimenticherò mai e starò, sempre e per sempre, dalla parte di chi oggi difende, in qualunque modo, quella storia, quella dignità, quella cultura, quella bellezza. La Grecia è un patrimonio dell’umanità, è persino lezioso stare ad elencare quello che ha donato al mondo. Questa umanità, se ancora esiste, si prenda cura della Grecia, oggi. Non si restituirà mai abbastanza ma che possa finalmente iniziare il British Museum di Londra con i marmi del Partenone! Io penso al mio angolo di Grecia, il tempio di Poseidone a Capo Sounio, da dove si vede un tramonto da far perdere il fiato. Mi siedo su una colonna e lo guardo da lì, questo tramonto dell’Europa. Mi siedo e lo guardo con gli occhi di chi ci ha creduto ma che poi, quando deve scegliere, sceglie senza nessun dubbio per il posto dove batte il cuore. ‪#‎εγώείμαιΈλληνας‬

Si ricomincia

 

 

 

 

 

 

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Si ricomincia.

Si ricomincia a fare tutto ciò che sarà possibile per mettere la palla all’incrocio di queste linee. Un centimetro dentro e sarà gioia, orgoglio, sorrisi. Un centimetro fuori e tutto sarà capovolto. Un po’ come la pallina da tennis che danza sul nastro della rete in “Match Point” di Woody Allen.

Il privilegio di chi si occupa di sport è di poter lavorare quotidianamente all’architettura e alla costruzione di un gesto tecnico o tattico. È un lavoro di una bellezza delicata, definito con una lima a grana sottile, verso la perfezione di qualcosa che perfetto non sarà mai. E tu lo sai anche che perfetto non sarà mai, ma questo non è un motivo valido per rinunciare a provarci.

Tutto ciò ha molto a che fare con un senso dell’estetica riassunto in una meravigliosa scena di un meraviglioso film di sport che si intitola “Momenti di gloria”: su di un prato perfettamente curato il baronetto Lord Lindsay si allena sugli ostacoli bassi sistemando in equilibrio, su ciascuno di essi, alcune coppe di champagne che non dovrà far versare al suo passaggio.

Inizia domani, con la prima partita ufficiale la mia quinta stagione come allenatore della Squadra nazionale italiana. Mi è stato chiesto tante volte, in questi anni, che cosa significa per me. Io non ho mai trovato risposta migliore di questa: non riesco a immaginare che cosa ci possa essere di più grande, dopo. Non ho tempo per pensare al dopo, adesso. Penso all’oggi e penso un po’ anche al passato. Penso a una storia di quattro anni fatta di tante medaglie, penso a un Mondiale sulle cui ferite va sparso regolarmente un po’ di sale, in modo da averne sempre chiaro il ricordo. Penso alle persone le cui storie si sono intrecciate con quella della squadra nazionale. Penso soprattutto che, chiunque sia a indossare questa maglia, debba avere la consapevolezza che non gli appartiene. Questa maglia non appartiene a nessuno di noi. Ci è data in custodia, con la sua storia e la sua magia. Dovremo restituirla un giorno (dopo una partita o dopo trecento non c’è differenza) a qualcun altro che avrà lo stesso privilegio.

È la storia della maglia azzurra. È la storia che meravigliosamente mi ha rapito dal 17 dicembre 2010. È la storia di un’altra stagione che comincia, questa volta dall’altra parte del mondo: ad Adelaide, Australia.

È la storia che mi ha insegnato, ogni giorno, a pensare all’ultimo verso di una poesia di Alfred Tennyson: essere qui, ogni giorno, “To strive, to seek, to find, and not to yeld“. Per non far versare quello champagne in equilibrio sugli ostacoli che salteremo e perché non riesco a immaginare che cosa potrà esserci di più grande dopo.

Addio Valter, miglioratore del mondo

Dove sei Valter? Dove sei finito, adesso? Quelle domande retoriche che non ti piacevano per niente, fammele fare tutte. Fammi chiedere a qualcuno il perché di tutto questo. Tanto non c’è risposta, tanto non serve a niente. Forse. Ma è la possibilità stessa di poter continuare fare delle domande che ci salva dall’atrocità del non sentire risposte, perché qualsiasi domanda è sempre più potente di ogni risposta non data. Quante domande mi hai fatto, Valter. Quanto domande ci siamo fatti. Tu, uno degli uomini più curiosi che io abbia conosciuto. Tu, che sapevi che la curiosità è una virtù assoluta e rara degli esseri umani. Sei arrivato, come spesso mi succede, con una email. Io ignoto a te. Tu ignoto a me. Ma, come spesso succede, nelle parole che uno sceglie scrivendo una email a una persona che non conosce si lasciano delle tracce, dei semi. C’è chi li coglie. C’è chi li butta via. C’è chi li custodisce e aspetta di vedere cosa succederà. C’erano tracce di te in quella email. C’era passione che trasudava perfino dallo schermo del computer dove stavo leggendo. Quando ci siamo visti per la prima volta mi hai fatto dedicare, chiedendomi una dedica personale, dodici libri per le tue dodici atlete. “Sono onorato Valter, ma come faccio? Non le conosco!” Facevo domande stupide già allora. Tu hai sorriso, mi hai dato da studiare il book della società dove c’era una loro foto, una breve descrizione. Poi, semplicemente, me le hai raccontate tu, una per una. Me le hai raccontate come si racconta una storia preziosa, come quando si descrive una persona che ti ha cambiato la vita. Una per una. Io, alla fine, ho dedicato quei libri con la sensazione di conoscere dodici persone in più e con la meraviglia di averle conosciute attraverso i tuoi occhi. Poi mi hai voluto per parlare nella tua azienda. Altra scoperta di te. Ritrovavo quella stessa passione, quella stessa attenzione ai dettagli. Quella stessa voglia di costruire una cosa bella per sé e per gli altri. Un giorno è arrivata un’altra email. Proveniva dal tuo indirizzo ma lo stava usando Alessandra, la tua nuova Presidentessa. Mi scriveva cose che mi facevano congelare il cuore man mano che le leggevo. Mi chiedeva una mano per farti lottare. Ti ho scritto una lettera che resterà per sempre fra di noi, so che ti sei commosso. Avevo promesso che sarei venuto a trovarti, nonostante sapessi che saremmo stati entrambi a disagio di fronte a quelle domande retoriche sul perché. Non sono venuto, Valter, perdonami. Ti ho parlato al telefono e adesso rimpiango di non essere venuto a fare quella domanda insieme a te. Valter, pensare a te oggi è pensare a quel tipo di persone che lasciano il mondo migliore di come l’hanno trovato. Voi miglioratori del mondo non ci passate sopra, non lo misurate, non lo giudicate, non lo sminuite, non lo sottovalutate né lo sovrastimate. Non avete la pretesa di cambiarlo. Semplicemente vi prendete cura del vostro pezzetto di mondo e lo migliorate, giorno dopo giorno, sapendo che non è vostro e che un giorno dovrete restituirlo. Mi piacerebbe descriverti oggi come tu, quel giorno, mi descrivesti le tue atlete. Con la stessa semplicità, con la stessa passione. Mi piacerebbe poterti dedicare un libro, perché così ci siamo conosciuti e così mi piacerebbe lasciarti andare. Ti dedico allora queste righe, non sono un libro ma almeno le ho scritte io, qui nel mezzo di una notte australiana, che adesso non ha più senso né voglia di essere dormita. Il jet-leg sarà una scusa buona, domattina. “Per Valter, per il tuo non aver paura di sognare in grande, per il tuo amore per i dettagli e per il tuo assiduo lavoro di manutenzione del mondo. Con affetto infinito, Mauro” Io, invece, la dedica tua ce l’ho stampata in testa. E’ il tuo regalo per sempre, scritto in quel foglietto che avevi sulla tua scrivania. Una citazione da Honorè de Balzac: “Le grandi passioni non fanno mai calcoli sbagliati”. Questa notte non voglio proprio fare calcoli, giusti o sbagliati che siano. Voglio tenermela tutta quella passione che hai regalato a chi ha avuto la fortuna di incontrarti. Non riuscirò neppure a salutarti, sono dalla parte opposta del mondo per quella pallavolo che ci ha fatto incontrare. Te lo auguro da qui un buon viaggio, Valter. Se poi ti capita di capire il perché, trova il modo di farmelo sapere. Se così non fosse, aspetto. Anche se questo addio diventerà lungo, troppo lungo per i tempi degli esseri umani. Io vado avanti qui, finché posso. Se me lo permetti metterò un foglietto sulla mia scrivania: “Le grandi passioni non fanno mai calcoli sbagliati”.

Buon viaggio, Valter. Prenditi cura di noi.

Verso Rio 2016

Come sempre la vita percorre strade imprevedibili: oggi pomeriggio, il mio telefono ha incominciato a vibrare ripetutamente mentre ero nella palestra di quel club che, da sempre, è la mia casa sportiva: il Cus Torino. Stavo firmando il primo tesseramento Fipav di mio figlio Francesco.

Ringrazio il Presidente Carlo Magri e il Consiglio Federale per questa rinnovata fiducia nei miei confronti e per la fiducia in un progetto che proseguirà verso il  grande obiettivo olimpico tenendo conto, come doveroso che sia, di tutto ciò che è successo in questi quattro meravigliosi anni che sono alle nostre spalle.

L’esperienza, le emozioni, sono il dono che ti rimane tanto dalle cose belle quanto da quelle brutte. Queste ultime, statisticamente, sono state molte meno ma probabilmente sono quelle che insegnano di più.

Non servono altri commenti, serve mettersi al lavoro. Non vedo l’ora di farlo.

Grazie a tutti,

Mauro

Il mio #IceBucketChallenge

Raccolgo con piacere l’invito di Cristian Savani e continuo a tenere viva la catena di solidarietà per la raccolta di fondi al fine di sostenere la ricerca contro la SLA. Questa è l’unica finalità e la grande bellezza di ciò che l’Ice Bucket Challenge ha messo in moto. Finalità che certamente prescinde da ogni forma di auto-celebrazione a suon di secchiate in testa e bellezza perché si differenzia clamorosamente da quella idiota che circolava qualche tempo fa e che invitava all’abuso di superalcolici.

Per questo motivo invito tutti a sostenere con un contributo economico la fondazione Stefano Borgonovo (www.fondazionestefanoborgonovo.it) alla quale oggi effettuerò la mia donazione, senza però, vi prego, sventolare copie di bonifici… Semplicemente fatelo e fatelo fare.

Nello specifico, per tenere vivo questo flusso di solidarietà, invito tre “squadre” a fare una donazione alla Fondazione Stefano Borgonovo. Perché i gesti di solidarietà sono ancora più belli quando nascono come condivisi…(che in fondo è anche la storia dell’Ice Bucket Challenge):

1) Il mio staff della Nazionale Seniores Maschile di pallavolo nella persona di PIERO BENELLI (medico e ‘capitano onorario’ dello staff stesso)

2) Il mio collega SANDRO CAMPAGNA in rappresentanza dello staff della nostra Nazionale maschile di pallanuoto (voi non avrete problemi a trovare l’acqua che serve!)

3) Tutto la mia squadra del cuore: il Torino f.c. nella persona del mitologico KAMIL GLIK (“Capitano, mio Capitano!”).

Siate generosi e se poi vi piace l’idea fatevi pure una doccia gelata! A me questa seconda idea non piace e non vedrete il mio filmato. Che sia chiaro però che non mi scandalizzo di certo se le secchiate d’acqua servono a portare secchiate di denaro nel posto giusto. Invece di un filmato posto una vignetta che magari fa un po’ pensare. Senza fare il moralizzatore, senza fare il bigotto. Semplicemente: ricordiamoci che anche l’acqua è un bene da conservare. In sostanza: contro la SLA e a favore del risparmio dell’acqua!

Acqua!

 

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