Per Torino, 4 min. di lettura.

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Il mio (personalissimo) contributo al dibattito sul mondo civico in vista di #Torino2021

Può un fatto culturale essere la causa di un incidente aereo? Sembrerebbe assurdo. Un famoso giornalista scientifico, Malcom Gladwell, sostiene proprio che la più importante variabile in caso di disastri aerei non sia lo stato del velivolo, la manutenzione o il meteo, ma la cultura dalla quale provengono i piloti. E, nella fattispecie, il fatto che il co-pilota che, pur essendo perfettamente consapevole che il suo superiore stia commettendo un errore che costerà la vita di tutti i passeggeri (compresa la propria!), letteralmente non può permettersi, per ragioni culturali o di rispetto della gerarchia, non solo di correggere quell’errore, ma di avvisare il capitano che ci si sta andando, tutti, a schiantare. E sta zitto.
Il dibattito torinese, in questa lunga corsa alle elezioni amministrative del 2021, è stato sottoposto a un’ulteriore accelerazione dopo le dichiarazioni della Sindaca Appendino che ha auto-certificato il suo fallimento da imputare, prima di tutto, all’incapacità di essersi costruita una squadra di persone competenti e presentabili. Così fra un “andate tutti a fare in culo” di un suo già Presidente del Consiglio comunale e un selfie con dito medio di una sua consigliera, la Generalessa Chiara, direbbe Gabriel Garcia Marquez, è precipitata nel suo labirinto. Nessuno sconto, perché essere capaci di scegliere persone competenti per le proprie squadre è una delle caratteristiche fondamentali della leadership del presente e del futuro, considerato quanto ogni giorno questa pandemia ci dimostri che nessuno si salva da solo. Allora basta con donne o uomini (spesso uomini, ahimè) commander in chief, depositari di tutte le virtù, di tutte le sapienze, di tutte le risposte. Basta. E basta anche a quella ambizione fuori controllo, mixata con l’ingenuità, di una parte di mondo civico che vuole accarezzare la stola di ermellino poggiata, da qualcun altro, sulle spalle di candidati che di civico hanno giusto il numero della via dove abitano. 
Da sportivo ho imparato che scannarsi, posizionarsi, cercare collocazione alle proprie ambizioni o interessi personali per vincere una partita del girone di qualificazione non è predittivo del fatto che si vincerà la finale. Anzi.
A Torino, invece, occorrerebbe vincere la finale, ovvero il ballottaggio con un (o una) esponente del centro-destra, che di centro avrà il volto, ma che come azionista di maggioranza, avrà la destra-destra. 
E io, elettore torinese, desidero sentire (e soprattutto veder realizzare) cose di sinistra. 
Dal mio finestrino vedo che l’aeroplano sta facendo manovre estremamente pericolose e dato che a bordo ci sono quasi 900.000 passeggeri, fra i quali anche io (tengo parecchio alla nostra sopravvivenza) accolgo il suggerimento di Gladwell e lo dico, anzi lo scrivo: le manovre di posizionamento a cui stiamo assistendo sono la cosa più lontana da ciò che possa interessare qualunque torinese. Ai cittadini (che saremmo tutti noi) interessano azioni, ovvero cose che si manifestino, con evidenza, sul territorio. Lo riscrivo: cose che si manifestino, con evidenza, sul territorio. 
Il mondo civico, allora, si concentri a produrre azioni, non a sguazzare in dinamiche pseudo o pre-politiche di posizionamento strategico. Perché, alla fine, fra le brutte copie e gli originali, tutti tendono a scegliere gli originali. 
Qualunque candidato politico che sia interessato alla realtà, esca dal Palazzo (torinese o romano) e combatta il populismo con il suo esatto contrario: la vicinanza. Sì, adesso, più che mai: la vicinanza, non il populismo.
Eventuali candidati civici o finto-civici (a cui di ascoltare il mondo che dovrebbe sceglierli come propri capofila, oggi, interessa come alla Juventus seguire la campagna acquisti del Campobasso) pensino un po’ meno al proprio ipertrofico ego (o a chi raccoglierà per loro le firme per le primarie) e provino a passare dai punti esclamativi ai punti interrogativi: dal “vi spiego chi sono!” al “mi raccontate chi siete?”, dal “io farò questo per la città!” al “cosa possiamo fare, insieme, per la città?”. 
Si dice che fare domande sia la prerogativa dei filosofi, non degli ingegneri. E allora chi si candiderà a giocare non solo i quarti di finale, ma la finale (sì, conta quella) sia un umanista con un approccio matematico o un matematico che dimostri una (sincera) vocazione filosofica. 
Soprattutto dimostri di riconoscersi, per vocazione e non per abilità istrionica, in un’area progressista, interessata a far diventare Torino strategica in Italia e in Europa, attrattiva (per esseri umani, studenti, lavoratori, turisti, investitori). Una città capace di includere e non solo di integrare, che passi dall’essere capitale europea dell’inquinamento a esempio virtuoso di rispetto per l’ambiente, la salute, la qualità della vita. 
Una città, nei fatti, di cui essere orgogliosi e felici di abitare.
Attenzione: l’aereo sta perdendo quota. Dai finestrini già si vede chi indicherà il nuovo nemico comune, nutrirà paure, calpesterà visioni. E a cui non par vero di poter danzare intorno ai rottami fumanti di questo aeroplano.

Ps: Nessuno mi ha mai chiesto di candidarmi, non ho velleità o intenzioni personali, non voglio fare l’assessore a niente. Così, per chiarezza.

1 Comment

  • Dario
    Ottobre 18, 2020 4:31 pm 0Likes

    Concordo con ogni singola parola, Mauro. E soprattutto con la necessità che Torino “dimostri di riconoscersi, per vocazione e non per abilità istrionica, in un’area progressista”. Che parola meravigliosa progressista, da troppo tempo schiacciata da politiche reazionarie, in particolar modo nella nostra città. Purtroppo questa fase preparatoria non promette nulla di buono e neppure di nuovo.

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