Due anni fa

Sono passati due anni. Due anni esatti dal 29 luglio 2015, il giorno delle mie dimissioni dall’incarico più meraviglioso che abbia mai avuto l’onore di ricevere.

Meraviglioso sì, per il suo rappresentare il valore più alto, più istituzionale, più vicino a un senso di appartenenza totalizzante di tutto ciò che io abbia mai fatto prima e dopo. Io, non un ex campione diventato allenatore, ma un ragazzo partito da un oratorio con una laurea in filosofia. Io, un passo alla volta, attraverso quattro campionati di diverse categorie, otto città, tre nazioni. Io, dopo un giro lungo, arrivato alla cosa più grande immaginabile: allenare la Squadra Nazionale del proprio Paese. Ho avuto l’onore, in quel giro lungo, di allenare campioni olimpici ed esordienti, greci e finlandesi, uomini e ragazzini. Per sei mesi, quando ero a Montichiari, ho persino allenato una squadra di detenuti di un ospedale psichiatrico giudiziario. Non è retorica dire che da tutti ho imparato qualcosa. Qualcosa che mi ha reso felice o che mi ha fatto male, qualcosa che non capivo, ma che poi mi sarebbe servito, qualcosa che ho vissuto come pura bellezza oppure qualcosa che è stato brutto, doloroso, senza significato. Di sicuro sono certo di aver messo in campo, in quei cinque incredibili anni con addosso la maglia azzurra, tutto quello che, in quel giro lungo, ho imparato. Allenare la nostra Squadra Nazionale non è stato semplicemente “allenare”. Quelle 134 partite, quelle sette medaglie tornate in Italia dopo un periodo di cinque anni dove le medaglie vinte erano state zero, è stato spingere me stesso e le persone che con me hanno condiviso quel cammino, verso la cima di una montagna a cui ho dedicato venticinque anni della mia vita. D’altronde il gesto dell’allenare altro non è che “allenare al desiderio di…” e, dunque, non torno e non voglio più tornare sul motivo per cui decisi di lasciare. C’è una lettera, che scrissi la notte di due anni fa, a cui avevo dato un titolo: “Grazie, mi fermo qui”. La rileggo oggi, con un sentimento che è difficile da spiegare, e la trovo ancora così dolorosamente attuale. Mi è stato chiesto centinaia di volte: “Lo rifaresti?”. Non mi interessa giocare a fare l’eroe: è stato così tanto il dolore che quella decisione mi ha procurato che non so rispondere. Non so se lo rifarei, so che era la cosa giusta da fare. La desolazione sta nel fatto che, se certamente quella era la cosa giusta da fare, forse non è servita a niente.

Non so se troverò un’altra montagna a cui dedicare 25 anni di vita. Non so se troverò un’altra montagna capace di riaccendere quel fuoco (che “sacro” davvero deve essere) a cui ho dato tutto, ma proprio tutto, il combustile che avevo e che si è spento due anni fa, proprio un 29 di luglio. Non lo escludo, non l’ho mai fatto, ma fino ad oggi non c’è stato nessun progetto capace, quel fuoco, di riaccenderlo. Non mi sono mancati i momenti di tentazione di fronte a qualche scintilla rimasta accesa lì sotto la cenere. Club importanti (in Asia e in Europa, nessun club italiano sgombro io il campo da ogni dubbio…), e alcune squadre nazionali non hanno fatto ritrovare in me la chiave del serbatoio di quel carburante che, se si è onesti, è fondamentale per poter fare la professione di allenatore regalandole ciò che merita, ovvero il 100% di se stessi. Ho fatto e sto facendo altro, con grande orgoglio. Mi sono ritrovato, una manciata di settimane dopo quel 29 luglio 2015, a dirigere una Scuola che ha a che fare, eccome, con il talento. Un posto magico, un’esperienza intellettualmente enorme che prosegue, tutt’oggi. Credo tuttavia di avere ancora delle cose da dare e da dire al mondo dello sport del nostro Paese. Chissà forse non al mondo della pallavolo al quale ho dato ogni stilla di energia e che sempre e comunque ringrazierò perché mi ha letteralmente costruito, un pezzo dopo l’altro, nell’essere ciò che sono. Ho lottato, prima, durante e dopo per fare un lavoro così importante e così simbolico, come quello di Commissario Tecnico della nostra Squadra Nazionale, per trasmettere una certa visione di sport. Un certo modo di fare sport. La mia visione, la mia idea. Certo, sono consapevole che possa non essere l’unica, ma era la mia. Rimane la mia. Rimarrà la mia. Quando si è chiamati a qualcosa di così alto è bene farlo seguendo la propria idea. A ogni costo.

Forse ho pagato un prezzo, perché quell’idea, per me, era importante come la più importante delle medaglie. Continuo a credere che, quell’idea, le medaglie le faccia vincere e lo dico con la certezza di chi cinque anni fa era con una bandiera sulle spalle davanti a un podio olimpico dove c’erano 12 atleti e 13 maglie. I cinque minuti più incredibili della mia vita.

Non ho intenzione di rinunciare a quell’idea, perché essere campioni, nel senso che a me affascina, comporta responsabilità, diritti e doveri. Lo sport, epica dei nostri tempi, è un modo per cambiare il mondo (e non lo dico io, lo sosteneva un certo Nelson Mandela) e sarebbe bene che tutti noi, che di sport abbiamo vissuto o viviamo, ce lo ricordassimo tutte le mattine, al risveglio.

Da quella montagna alla quale sono stato abbracciato per cinque anni, sono sceso. Oggi sono al campo base, e la guardo con la nostalgia che si prova dopo aver fatto un viaggio straordinario che ti ha portato a vedere paesaggi da perdere il fiato, là dove si può arrivare solo ed esclusivamente a piedi. Con i tuoi piedi, con le tue forze. Sono salito su cime inaspettate, mai solo, sempre grazie a cordate diverse. Sono arrivato a qualche centinaia di metri da quella cima che più di ogni altra, per 25 anni, ho sognato e desiderato. Mi sono fermato lì, dove l’aria rarefatta ti regala la sensazione di averla davvero a portata di mano.

A cosa è servito?

C’è un libro di memorie di un francese che si chiamava Lionel Terray e che definisce gli alpinisti: “I conquistatori dell’inutile”. Morì, Lionel, 44enne, in montagna. Probabilmente felice, alla ricerca di un altro pezzo di bellezza apparentemente inutile che, appunto, è inutile spiegare.

Ho letto tanti giudizi nel corso dei miei cinque anni alla guida degli Azzurri. Giudizi belli, emozionanti, obiettivi, ragionevoli, brutti, offensivi, pieni di pregiudizi, irragionevoli. Probabilmente capiterà così anche qui sotto, quando pubblicherò queste riflessioni. Sono stato, sono e sarò felice di trovare ancora tante persone che mi dimostrano stima e che ringrazierò per sempre. Ci saranno persone che anche in questo caso troveranno il modo di sfogare proprie frustrazioni. Fate pure. Questi due anni sono serviti ad anestetizzare anche quel nervo. Oggi leggo e non riesco che a sorridere, con amarezza, di fronte a chi usa la tastiera del proprio computer come una sputacchiera o un vomitatoio di livore. D’altronde questa, non solo nello sport, è l’età del risentimento. Non sarà il più bel mondo dove vivere? Pazienza, è questo. Lo abbiamo costruito noi così. Punto.

Il 29 luglio è nato Benito Mussolini, è morto Van Gogh, è stato il primo giorno della 1° Guerra Mondiale e quest’anno, la solita profezia, lo ha indicato come la data di un’ennesima fine del mondo. No, non finirà oggi il mondo. Perché il mondo ha in sé la malattia e la cura e va avanti, dritto per la sua strada, nonostante i nostri tentativi di peggiorarlo. Tuttavia, mi si permetta la battuta, se questo 29 luglio lo si potesse togliere dal calendario, ne sarei felice.

Ho regalato tante volte ai miei atleti una poesia di Kostantinos Kavafis. Si chiama “Itaca” e racconta del viaggio di un Ulisse giovane ed eroico verso la propria isola, rammentando di quanto occorra essere felici che quel viaggio sia lungo, pieno di porti da visitare, di ricchezza, di persone, di luoghi, di momenti che si incontreranno lungo la strada.

Oggi regalo a me stesso e a chi avrà avuto voglia di leggere fino qui, i versi finale di un’altra narrazione di Ulisse, quello di Alfred Tennyson, poeta inglese, che trovai scritta, a caratteri cubitali, dentro al villaggio olimpico di Londra. E’ un Ulisse diverso quello di Tennyson, vecchio, tornato a Itaca da anni, non più l’eroe di un tempo, non più con la stessa forza a disposizione. Ma è un Ulisse che sente di dover ripartire di nuovo e allora, con lo stesso carisma, raccogli i suoi uomini e dice loro:

 

“WE ARE NOT THAT STRENGTH WHICH IN OLD DAYS

MOVED EARTH AND HEAVEN, THAT WHICH WE ARE, WE ARE.

ONE EQUAL TEMPER OF HEROIC HEARTS,

MADE WEAK BY TIME AND FATE, BUT STRONG IN WILL

TO STRIVE, TO SEEK, TO FIND, AND NOT TO YIELD.”

 

 

“NOI NON SIAMO OGGI QUELLA FORZA CHE IN GIORNI ANTICHI MOSSE TERRA E CIELI, CIO’ CHE SIAMO, SIAMO.

UN’ EGUALE INDOLE DI EROICI CUORI, IDEBOLITI DAL TEMPO E DAL FATO, MA FORTI NELLA VOLONTA’

DI COMBATTERE, CERCARE, TROVARE, E DI NON CEDERE.”

 

Quell’Ulisse parla a tutti noi, che abbiamo sempre un luogo a cui desideriamo ritornare e, ogni volta che ci arriviamo, scopriamo che ce n’è sempre un altro di cui già sentiamo la mancanza.

 

14 Commenti

  1. walter

    Sono talmente tante le emozioni e le parole che mi affollano la mente ogni volta che leggo quello che viene scritto da LEI, che non riesco poi ad esprimerle.
    Posso solo essere contento che ci siano ancora dei saggi “don quijote” che ci sanno indicare una meta.
    Grazie di tutto
    walter

  2. Eliseo Secci

    Complimenti Mauro,sempre profondo , coerente , efficace . Ti auguro tutta la fortuna che meriti , in qualsiasi campo decida di orientare il tuo impegno . La Pallavolo ha ancora bisogno di intelligenze e competenze come la tua . Un abbraccio
    Eliseo

  3. Simona

    Non ero mai riuscita a capite in tanti anni perché la persona che avevo accanto avesse smesso all’improvviso di allenare, lui che viveva per questo. Dopo tutto questo tempo ci siamo ritrovati timidamente a gestire una piccola scuola di Pallavolo, perché chi la ama la insegna, non fa finta…e ora che anche io ci sono dentro, rileggo in te i suoi stati d’animo, ma in lui di diverso ora c’è una gioia ritrovata nel trasmettere ai bambini e agli adolescenti (massima categoria “primi peli” come dice lui :)..le montagne sono in noi.

  4. fabio agosta

    Caro Mauro, mi trovo a poterti commentare (è un onore poterlo fare) perchè il 29 luglio non lavoro a cottimo come durante l’anno! Per la cronaca sono insegnante di educazione fisica e allenatore. Io penso che tu e i tuoi trionfi siate la dimostrazione evidente di tanti valori (fondamentali, giusto come riferimento alla pallavolo) necessari nella vita e nello sport; è altrettanto vero che spesso trionfano ben altri valori o persone con molto meno virtù, ma mai come nel caso dei tuoi successi io vedo l’impronta e l’importanza del valore immenso della persona e della cultura; leggere i tuoi scritti mi fa venire in mente, nel mondo dell’insegnamento, la verve, l’intelligenza, la straordinaria passione e la “altissima” capacità di lettura e discriminazione nonchè di “stare sul campo” di Alessandro D’Avenia; ma nel contempo (io vedo) anche l’indispensabile presenza della modestia, della capacità di “vedere” il particolare e il globale, del sapersi relazionare a livello umano e comunicativo, (uniti alla ovvia competenza tecnica), della semplicità e di quel giusto spirito patriottico che difficilmente ormai si riescono a riscontrare. Hai secondo me fatto benissimo a lasciare nel punto più alto del “sogno” e a non farti convincere a ritornare sui tuoi passi se non ne eri pienamente convinto: le esperienze vanno vissute al massimo quando si “è dentro” ma non devono (e non potrebbero perchè le variabili cambiano comunque!) ripetersi perchè rovinerebbero il meraviglioso ricordo delle imprese precedenti; anzi è segno di bravura, grandezza e valore il saper “superare” anche i momenti migliori,”esorcizzando” la tentazione di credere che debba essere sempre così: come sostieni tu la vita non è solo momenti di trionfo (anzi quello è solo un momento, per quanto bello) ma è tutto il resto, tutta la fatica e le difficoltà che, e neanche sempre, ti permettono di giungere in alto: ma proprio tutto il cammino è la parte qualificante e giustificante un trionfo, proprio come quando ai nostri giocatori diciamo dell’importanza del lavoro quotidiano in funzione del momento della gara. Sempre onore a te caro Mauro

  5. Mauro Berruto. Un grande Uomo, come ne sono rimasti pochi ormai nel nostro ambiente.
    Ma la tua visione, forse romantica e fuori tempo, mi rimette in pace talvolta.

  6. Nello mosca

    Ciao Mauro.Leggendo queste righe mi hai tramesso emozioni e l’esaltazione di valori che sembrano svaniti nella società attuale.Spero di incontrarti presto in una palestra e di poterci fare una bella chiacchierata di sport e di pallavolo. Con stima.Nello Mosca

  7. Stefano De Martin

    I fatti vanno di molto oltre alle parole ma a volte alcune parole vanno dette… o scritte.

    È stato un onore fare la tua conoscenza.

    Grazie

  8. Valerio Galassi

    Grazie Coach!

  9. Edoardo

    Ciao Mauro, ci siamo conosciuti quasi un anno fa a Praga e sono rimasto colpito dalle tue parole quel giorno, come ora.
    Hai fatto una scelta che non si può giudicare, non si deve giudicare, bisogna solo ammirarla per le ragioni che l’hanno sostenuta.
    La vita è così e magari domani troverai un’altra montagna…
    Edoardo

  10. Lazzarini giuseppe

    Nell’articolo. Denso.
    Peccato in questi due anni non avere letto pensieri dei tuoi compagni di viaggio. Ti hanno lasciato solo. Nessuno si è esposto.
    Ti seguo dai tempi di Piacenza. Montichiari, Monza…un anno fa ti vidi in treno. Tornavo da roma. E ti testimonia la mia solidarietà. Serve spessore morale ed etica in questa italia (non solo sportiva). Altro che scorciatoie e pugnalate ( o sgomitate)
    Ti auguro ogni bene e lunga vita.

  11. Ciao Mauro, come diceva mio nonno il tempo è galantuomo e da questo affascinante, come sempre,racconto deduco che questi 2 anni abbiano, in qualche modo lenito il dolore, la sofferenza, l’angoscia per quella decisione.
    Solo chi fa questo mestiere (in particolare quelli come noi partiti dagli oratori), chi ha avuto l’onere di indossare quella maglia, chi ha avuto il privelgio di stare ai piedi del podio olimpico (forse ho ristretto troppo il campo ), può pienamente capire e comprendere il travaglio dolorosissimo che hai sopportato!
    Abbiamo condiviso la camera (chi fa sport può capire cosa voglia dire) e la nostra passione infernale! Io per quel ruolo non ero pronto ma rappresentava il sogno che si avverava e tu, con la tua preparazione hai fatto in modo che io non fossi un peso per quella maglia. Visto che dove mi trovo ormai è il 30 di luglio .. colgo l’occasione per ringraziarti … il 29 è alle spalle… e quando arriveranno i prossimi, non ci pensare più! Il fuoco della passione che arde in noi non si spegne mai! Non sfuggirlo!!!
    Un abbraccio
    Tom

  12. Franca

    Ciao Mauro in quei giorni a Malta ebbi il grande piacere di conoscere te e la tua famiglia e di apprezzare la tua cultura, la tua umiltà, la tua personalità. Sei un grande uomo e le tue parole mi hanno commosso. Grazie per qualsiasi strada intraprenderai

  13. Giuseppe Villosio

    Sig. BERRUTO, non ho l’onore di conoscerla, ma seguendo il volley, dal tifo per la squadra della nostra zona di abitazione, la gloriosa ed ormai ex Bre Banca Lannuti Cuneo, fino alla Nazionale, ho avuto modo di vedere il lavoro che faceva, e che noi tifosi vediamo attraverso le prestazioni della squadra, ma anche attraverso le dichiarazioni, le interviste, le prese di posizione sui diversi problemi che emergono, che Lei cercava di far passare valori e messaggi a cui la ns. societa’ ormai guarda con indifferenza, sospetto, e anche fastidio. Valori che permettono ancor oggi di pensare che oltre ad un ottimo allenatore ( giudizio da tifoso non competente peraltro…), alla guida della Nazionale ci fosse un Uomo con la schiena diritta, con idee proprie che andavano aldilà del lavoro da svolgere, e che sono onesta’ intellettuale, serieta’ professionale ed umana. I risultati sportivi ottimi ottenuti da Lei sono poco, lo dico con rispetto, in confronto all’esempio dato ai giovani di come si dovrebbe lavorare e comportarsi nella società’ civile. Grazie sig. Berruto di tutto questo.

  14. Marco Silvino Di Eduardo

    Manchi sempre di più al nostro movimento.

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