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1 commento

  1. Oriana Franceschin

    Gent.le Sig. Berruto, spero di farle cosa gradita inoltrandole per conoscenza la lettera che abbiamo inviato alla FIPAV qualche giorno fa. Lettera nella quale lei viene citato come riconosciuto rappresentante dei valori che la pallavolo si propone di sostenere nei ragazzi e nelle ragazze.
    Sono pensieri che ho condiviso con altri genitori della squadra basati su una nostra esperienza diretta ma che, forse, rappresenta un po’ il clima che stiamo sentendo essere presente, in maniera crescente, in più realtà sportive che ci circondano.
    La saluto caramente, Oriana Franceschin

    “Il bisogno, come genitori di atlete di un under 16 femminile di informare il più autorevole organo della pallavolo del Veneto di quanto è successo durante la partita di domenica scorsa, arriva da una serie di riflessioni emerse dopo l’accaduto.
    Ci siamo presi il tempo per cercare di capire che senso potesse avere raccontare questo episodio.
    Abbiamo ripensato al senso che ha per noi e per le nostre ragazze giocare a pallavolo, aver scelto questo ambiente di sport e di crescita.
    Abbiamo ripensato alla nostra idea di pallavolo come luogo del crescere, idea condivisa direttamente con e da Mauro Berruto qualche tempo fa.
    Ci siamo detti che lasciar correre e l’essere passivi di fronte a quanto è successo può essere sentito da noi stessi, dalle nostre ragazze e dalla nostra società come un colludere…un colludere con l’idea che la violenza e l’aggressività verbale possano prendere spazio nella pallavolo, spazio che noi siamo fortemente decisi a non dare.
    Brevemente riporto l’accaduto per dare un contesto alle riflessioni successive.
    Dopo la partita in casa del ventisei di gennaio, le nostre ragazze hanno riportato al dirigente e a noi genitori come alcuni adulti presenti nella zona della tifoseria ospite abbiano usato parole ed espressioni di svalutazione molto forti nei loro confronti e di grande impatto emotivo. Queste parole sono arrivate alle nostre ragazze quando erano in battuta, quando l’arbitro prendeva decisioni ritenute non giuste e a svantaggio della loro squadra, parole denigranti e di scherno quando le nostre sbagliavano un passaggio.
    Tutto questo rivolto a delle ragazza che, come le loro, ci stavano mettendo tutta l’energia, la bravura e la loro voglia di giocare al meglio… e in quel “giocare” ci stavano mostrando anche la loro dignità di persone.
    Molti sono i piani su cui riflettere, molte sono le domande che ci siamo posti e che desideriamo condividere.
    Ci siamo chiesti che cosa hanno mostrato questi adulti, che cosa hanno comunicato a noi avversari? Che cosa hanno insegnato alle nostre e alle loro ragazze in campo? Forse che sminuire l’avversario è un modo per renderlo fragile e che il rendere fragile l’altro ci permette di arrivare alla vittoria? Che tutti i mezzi sono leciti per arrivare al successo?
    Ci domandiamo, ma la vittoria a queste condizioni che sapore ha? Ha un buon sapore per noi adulti? Ha un buon sapore per delle ragazze in crescita che come tali ancora si appoggiano a noi per decodificare quello che gli accade intorno e per solidificare i loro valori e i loro principi?
    Vincere rendendo fragile l’avversario parla della nostra capacità, della nostra bravura o invece ci parla di una insicurezza nelle proprie capacità?
    Ci siamo soffermati a riflettere e a domandarci; come noi adulti che seguiamo le atlete possiamo tutelare i temi della correttezza, del rispetto, del valore del gioco di squadra che la federazione ha promosso negli anni con gli atleti e con le società?
    Forse è necessario pensare ad azioni di sensibilizzazione riguardanti questi temi ma che abbiano un terzo soggetto, il mondo degli adulti e dei genitori degli atleti. Forse, questi episodi, possono essere punti di partenza per noi genitori per comprendere che stare accanto ai nostri ragazzi non è sempre così facile. Guardarli dalla distanza delle gradinate ci fa capire quanto alcune volte forse sia necessario mettere uno spazio tra noi e loro in modo che possano essere da soli ad affrontare le partite in campo e forse anche quelle fuori. Quanto è importante che noi riusciamo a mantenere la distanza dai loro successi e dai loro fallimenti perché sono i loro non i nostri, è la loro partita, la nostra è da un’altra parte. Questo ricordandoci che qualsiasi partita loro giochino dentro o fuori il campo della pallavolo è già dura di suo senza fargli sentire l’esperienza dell’umiliazione.”

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