Milan-Inter a Pechino… (pubblicato da www.corriere.it)

Umberto Eco racconta di quella volta che ricevette la più banale delle domande che un taxista possa fare ad un suo cliente (nello specifico un taxista pakistano,  formulando la domanda in inglese ad un cittadino italiano nella più cosmopolita delle città Usa, New York):

“Lei da dove viene?”. Alla risposta: “dall’Italia”, la fucilata della domanda successiva, molto meno banale: “Chi sono i vostri nemici?”.

Guardare giocare l’Inter e il Milan al Bird’s Nest di Pechino di fronte a 80.000 spettatori paganti, quasi tutti cinesi e perfettamente suddivisi in rossoneri e nerazzurri,  mi ha immediatamente fatto pensare alla necessità, non solo sportiva,  dei processi di costruzione di identità.

Se ogni individuo ha bisogno di riconoscere e di vedere riconosciuta la propria identità, allo stesso modo i gruppi di persone hanno bisogno di definire e distinguere un’alterità per vedere gratificata la propria stessa esistenza.

Più precisi  e definibili sono i confini degli altri, più precisi e definiti sono i confini del “noi” che vanno poi naturalmente protetti e difesi, magari anche a cazzotti come successo ad un cinese finito (chissà se volutamente) con la maglia rossonera nel settore nerazzurro.

Gli “altri” diventano un soggetto capace di mettere alla prova i nostri valori, le nostre tradizioni, la nostra cultura, il nostro modo di vedere il mondo.

Costruire questi confini artificiali pare facile, soprattutto con il calcio. Servono buoni contratti di sponsorizzazione, due squadre di grande appeal mondiale, 80.000 cinesi è un bel po’ di magliette con i rispettivi colori sociali, possibilmente con buon contrasto cromatico.

Una specie di arte, insomma. Certamente (e magari a questo bisogna fare attenzione) anche riproducibile altrove.

L’antidoto sta nella consapevolezza che l’altro è un fatto necessario e funzionale al noi. Che senza un eventuale “altro” non esisterebbe neppure un “noi”. Lo svela la parola stessa “noialtri” che si usa come descrizione di un noi perfetto e che invece nasconde nel suo intestino la necessità del rapporto “noi-altri”.

Chissà per quanto tempo gli 80.000 del Bird’s Nest si sentiranno ancora interisti o milanisti.  Sarà però stato, almeno per una sera, chiaro ed evidente a 40.000 di loro il gusto della vittoria e agli altri 40.000 il saporaccio della sconfitta. Obiettivo raggiunto..

Nell’attesa della rivincita, magari un Roma-Lazio  a Shanghai, rendiamo l’onore delle armi ai nostri rispettivi “altri” come quando a Siena, citando il proprio cavallo, si canta ai contradaioli della nemica: “Per forza e per amore lo dovete rispettare”.

A proposito: guai a chi mi parla della Juventus!

 

Mauro Berruto

Head Coach Nazionale Italiana Pallavolo Maschile

 

1 commento

  1. Discorso interessante e complesso, quello della costruzione dell’identità. Certo, la logica amico/nemico è senz’altro un potente acceleratore in questo processo, e più il nemico è (o viene dipinto) come brutto e cattivo, più le dinamiche del consenso polarizzato funzionano. Certo, nella mia esperienza, questa è una strategia di costruzione dell’identità che funziona bene nel breve periodo e che, se fatta diventare l’unico collante di un gruppo, primo o poi lo fa collassare.
    Credo che la storia della politica italiana di questi ultimi anni sia l’archetipo di dove può portare l’uso esclusivo (in ottica di consenso e di identità) della logica amico/nemico.

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