A fondo: per non dimenticare.

Sommersa dal calcio-scomesse, Marchionne a Detroit, dai referendum e da mille altre cose del genere, la notizia del barcone di emigranti affondato al largo della Tunisia è scivolata, nel silenzio, in fondo alle pagine dei giornali. Non si sa ancora con esattezza il numero delle persone disperse e annegate. Sembra più di 150, forse 200. Praticamente il numero di vittime di una tragedia aerea, che però avrebbe meritato molto più spazio.

Era una barca piena di gente. Buona e cattiva gente (come sempre e dappertutto quando c’è tanta gente in un posto), piena di uomini, donne, bambini. Qualcuno ladro, qualcuno onesto. Qualcuno pigro, qualcuno lavoratore esemplare. Qualche fanatico, tante persone normali. Tutto nella media. Quelle persone avevano una sola cosa in comune. Erano diretti in Italia, il nostro paese. Un paese per il quale, ai loro occhi, vale la pena rischiare la vita, che infatti in tanti, tantissimi, hanno poi perso.

Quando ho scritto “Independiente Sporting” mi ero informato sulle storie di migranti italiani che alla fine dell’800 o all’inizio del ‘900 partivano in vapore, verso l’altra parte del mondo. Partivano dai porti italiani, bastimenti verso l’Argentina, carichi di buona e cattiva gente, uomini, donne, bambini, ladri, onesti, pigri, lavoratori, fanatici e tanta gente normale. Che pensava valesse rischiare la vita per vivere meglio, in Sudamerica.

Nel dubbio e nel timore che possiamo davvero dimenticarci di chi siamo, di quello che siamo stati e da dove veniamo, voglio postare quello che scrissi per provare a raccontare le storie incredibili, meravigliose e tragiche, di cui venni a conoscenza grazie a quelle (modestissime) ricerche.

Perchè abbiamo il dovere di ricordare.

da “Independiente Sporting”

1

Un giorno ti svegli e ti accorgi all’improvviso, che sei sospeso fra la voglia di andare e qualcosa che ti tiene legato, inchiodato dove sei.

É un giorno, come gli altri giorni, ma c’é vento.

Un giorno che é bello sedersi sulla sabbia a leggere la lettera che tuo fratello ti ha mandato dall’altra parte del mare.

C´é vento che ti spettina, capelli e pensieri.

È un giorno come gli altri, ma quel giorno il vento sale e ti spinge verso la spiaggia e ti costringe a guardare al fondo della linea d’orizzonte, dove finisce il mare e incomincia, chissá, qualcosa di diverso. Che non puó essere peggio.

No, non puó essere peggio.

Se fosse peggio tuo fratello te lo avrebbe detto. Invece nelle tue mani c’é una lettera che il vento cerca di strappare.

Magari l’avesse fatto.

 

Buenos Aires li 20 gennaio 1912

Cari genitori e caro Mansueto

vifaccio sapere che il giorno doggi o ricevuto la vostra cara e disiderata lettera la quale sento che state tutti in buona salute e perora il simile e di me.scuserete se o intardato a scrivere perche vieniva initalia il francesco e allora intardai a scrivere per quello.dei soldi veneó mandato pochi perché volevo mettere alla posta 150 lire.peró mi comprai le scarpe di cuoio miresto che 120 lire e 100 lire leo messe alla posta ma se ne avete bisogno mandatemelo a dire che in un modo o nellaltro vene mandero degli altri.

Samuele del paese nostro e stato parechio piu sfortunato.il diavolo ci e arivato e cia messo le corna perche la sua molie si a ammalata e da due setimane dorme alospedale.credo che la suavita sara molto corta cosicche guarda si ildanaro da la felicita.se queste brutte notizie fanno male non fatele palese ma prometetemi che abiate cura di voi perche io tanto se non mi va male il mestiere in’Italia perora non viengo perche anche a vienire initalia non vale la pena perche a vienire la e poi ritornare via perispendere dei soldi non vale la pena.

Addio addio

Vostro filio e tuo fratello Augusto


2

È un giorno dove ti scopri coraggioso e vulnerabile.

Cosí incontri quello stesso diavolo che ha messo le corna nella famiglia di Samuele.

Il diavolo fatto persona che ti racconta di un posto dove c’é terra per tutti, dove d’inverno non fa freddo, dove la neve non é bagnata, dove la pioggia é calda, dove l’aria é secca e fa bene ai polmoni.

Di un posto dove non ci sono padroni e ognuno é padrone di sé.

Ti mostra il volantino del piroscafo che ti porterá lontano dai tuoi guai.

È un giorno di primavera con il diavolo che ti costringe a pensare all’inverno appena passato, al freddo e al tremito dei tuoi bambini nel letto.

Il vento sale dal mare ti riempie le narici e pensi che se i tuoi polmoni te li sei giá fottuti per tirar fuori lo zolfo da una miniera in un angolo della Sicilia, quelli dei tuoi figli no, loro hanno polmoni delicati e fragili, polmoni di bambino e narici che non dovranno mai sentire quell’odore dell’inferno, ma solo il profumo del mare o della frutta.

É un giorno come gli altri ma in quel giorno, guardando il mare, cerchi un sentiero, una strada. Cerchi la corrente giusta, per poterti abbandonare ad essa e farti portare lontano. Non sai bene dove, ma lontano.

Lontano da quello che hai, da quello che stai facendo, dalle persone che vedi ogni giorno.

Lontano, lontano, lontano.

Solo alla fine capisci.

Capisci che ormai sei giá partito, che hai deciso, che il diavolo ha vinto. Capisci che quella corrente ti ha giá preso con sé e ti sta portando verso la Merica.

3

La Merica.

4

Sí, la Merica é lontano abbastanza.

Allora convincerai tua moglie e venderai tutte le tue cose.

Scoprirai che tutte le tue cose valgono 1800 Lire che servono a comprare un pezzo di carta dove in alto c’é scritto, grande: “Biglietto di III classe”. Poi, piú in piccolo, il nome del piroscafo, il Messico.

Poi il nome tuo, Mansueto Turrí.

Poi quello di tua moglie e quello dei tuoi quattro figli.

Partirai verso quella linea d’orizzonte da Genova il 4 maggio 1912. Destinazione Buenos Aires, dopo aver toccato gli scali di Marsiglia, Barcellona, Almeria, Isole Canarie.

Trentadue giorni di navigazione, sola andata. Cento chili di bagaglio da poter portare, ma tu non hai piú niente. Basterá il baule e qualche vestito dentro.

Troverai tutto laggiú, oltre la linea dell’orizzonte. Troverai anche Augusto e sarai felice.

Perché laggiú c’é la Merica, dove potrai ricominciare. Da capo.

É un giorno maledetto il 4 maggio.

Il giorno che decidi di partire per la Merica

5

Lasci il paese, dopo aver salutato tutti. Dopo aver salutato la tua gente che ti guarda con occhi lucidi di chi sa che, comunque, non ti rivedrá piú.

Non piangere mamma, non piangere piú. Vado alla Merica, come Augusto faró fortuna e torneró a prenderti. Guardami in faccia papá e non odiarmi. Vado alla Merica e i tuoi nipoti cresceranno piú forti e piú intelligenti.

Non piangete piú, vi prego.

Vi manderó una foto della Merica, dove c’é terra per tutti, dove d’inverno non fa freddo, dove la neve non é bagnata, dove la pioggia é calda, dove l’aria é secca e fa bene ai polmoni.

Adesso fateci salire sul treno che ci porta a Genova che per voi, lo so, é lontano come la Merica. Ma per me, no. A me non basta Genova.

Io porteró la mia famiglia oltre la linea dell’orizzonte.

6

Il piroscafo Messico é una porcilaia.

Questo vapore era servito a portare carbon fossile dalla Merica e i marinai non si sono neanche presi la briga di ripulirlo. Nelle camerate della terza classe, vicine alla sala macchine, c’é un caldo infernale, che neanche in miniera ad agosto.

Scusa Rosetta, amore mio. Scusate Giorgio, Davide, Michele, Benedetta, angeli miei.

Ma sono solo trentadue giorni e poi saremo alla Merica.

7

Quando il piroscafo parte siamo tutti sul ponte.

Fino a pochi minuti prima del fischio del vapore sembra una bella festa. La gente del porto ride allegra, saluta sventolando i fazzoletti, sollevando per aria i bambini. Poi, all’annuncio della partenza, all’improvviso scende una grande tristezza.

Molti emigranti hanno portato con sé sulla nave un gomitolo di lana, lasciandone un capo nelle mani di un parente. Qunado il piroscafo prende ad allontanarsi dalla banchina dolcemente e inesorabilmente quei gomitoli cominciarono a disfarsi, con lentezza.

Man mano che la nave si allontana quei fili si spiegano nella brezza del porto finché il gomitolo termina. E quando l’ultimo pezzetto di lana sfila via dalle dita degli uomini e delle donne sul piroscafo, quei fili volano per qualche attimo a mezz’aria sostenuti dal vento.

– Papá, perché non ci hanno attaccatto niente a quei fili? – mi chiede Giorgio – sembrano aquiloni senza l’aquilone.

– Ci hanno attaccato l’anima, amore mio.

Poi quei fili cadono in mare, senza rumore se non quello delle urla, degli addii, delle lacrime.

8

La prima epidemia scoppia dopo quattro giorni, mentre in terza classe centinaia di disperati si ammassano per provare a resistere al caldo, alla puzza terrificante, al mal di mare.

Chi riusce a conservare spiccioli di dignitá é solo perché negli occhi, quando non vomita o non piange, conserva una piccola luce. Una specie di faro che indica la strada di chi sta viaggiando verso un sogno.

Se non ci fosse quella piccola luce in fondo agli occhi allora non ci sarebbe differenza fra questo vapore e un cargo che traporta animali. La temperatura é infernale. Di notte come di giorno. Di giorno almeno si puó salire in coperta  e respirare un pó d’aria, mentre di notte il capitano toglie le scale di collegamento al ponte e sotto coperta ci si sente all’inferno.

Dopo cinque giorni di navigazione il pavimento di legno non si vede piú, completamente coperto da escrementi o vomito. Gli addetti alle pulizie non entrano neache piú per il tanfo insopportabile. Si sentono, ad ogni ora del giorno e della notte, deliri e lamenti provocati dalla febbre.

La camerata delle donne é ancora peggio, perché é piena di bambini.

9

Lí in mezzo, in pieno inferno, ci sono i miei bimbi.

La piú piccola, Benedetta, ha tre anni e una febbre che non passa piú.

Mia moglie la tiene in braccio, avvolta negli stracci dalla mattina alla sera. Certe volte trattiene perfino il respiro perché ad ogni scossone Benedetta geme, con un gemito che é sempre piú flebile. Mia moglie é seduta per terra in mezzo al vomito di sconosciuti con la nostra bimba in braccio. Mi guarda senza vedermi.

Non é piú nulla. Non ha piú nulla.

Le é rimasta solo la pietá. La mia Rosetta ormai é essenza di pietá e di dolore.

Benedetta sta diventando blu e la febbre le cuoce il cervello. La sua voce che solo qualche settimana fa cantava nel cortile di casa, si spegne sospirando.

 

È morta, Benedetta.

 

La mia Benedetta é morta.

Morta.

10

Mia moglie non lo accetta, non lo riconosce, la aspetta ancora.

Aspetta uno scossone per sentire di nuovo un gemito, che non arriva piú.

Allora urla, Rosetta. Urla forte, grida come se la scannassero. Non smette piú di gridare Rosetta, mentre intorno a lui, in secondo piano, continuano i lamenti, i gemiti. Urla cosí forte che dopo pochi minuti arrivano due marinai.

Io non so come posso stare a guardare qui, questi due uomini che stanno legando la mia bimba. Come faccio a restare qui a guardare due sconosciuti che le attaccano una pezzo di ferro al collo e la portano sul ponte. Io non so come posso stare a guardare mia moglie che urla che deve andare anche lei, perché il mare é freddo e lei la deve scaldare. Che urla che ci sono i pescecani che la sotto é troppo buio per una bimba di tre anni. Non ci puo andare sola. Non ci puó andare sola. Non ci puó andare sola.

Io non so come posso stare a guardare il corpo di Benedetta che sporge dal parapetto verso l’Oceano e mia moglie diperata che prende a pugni la schiena del marinaio che tiene la corda che a sua volta regge la mia bambina, con la testa che le penzola all’indietro e i piedi nudi.

Metti le scarpe a Benedetta, bastardo. Mettile le scarpine. Bastardo, le scarpine.

Io non so come posso stare a guardare quell’altro marinaio che spazientito prende le scarpine di Benedetta e le getta in mare, poi allontana mia moglie, prende un coltello e taglia quella corda, per fare piú in fretta.

Io non so come posso stare qui, immobile, guardando la mia bimba che cade nell’oceano come una bambola.

E in un attimo sparisce.

È troppo grande l’Oceano.

È troppo piccola Benedetta.

7 Commenti

  1. alessandro antinelli

    qui si tratta di non dare il giusto peso alle cose. chi dovrebbe pesare le notizie siamo noi che facciamo informazione. ora il problema non e’ solo che chi fa informazione non sa pesare le notizie, il problema e’ la bilancia con la quale si pesano le notizie. i tg spiattellano nei titoli la cronaca che scatena le passioni piu’ morbose o che agita i cazzo di dibattiti da bar. in poche parole tutto quello che e’ superficiale e che puo’ garantire il distacco dalla vita reale , dai problemi reali, dal dolore reale. 200 morti in mare toccano poca gente. perche’ la gente ha perso la solidarieta’ ( ed e’ la vera ragione di moltissimi problemi italiani ) perche’ ormai un quasi ventennio di merda ha consigliato tanta gente a guardare i cazzi suoi a non pensare ai problemi degli altri , a non pensare ai problemi, finche’ i problemi non ti toccano.
    il ricordo che proponi mauro e’ memoria. memoria italiana , ma l’italia non ha piu’ memoria e se non la recupera non ha futuro. concludendo l’informazione e’ distorta e il naufragio di 200 disperati nel mediterraneo e’ una notizia di rincalzo perche’ chi impagina i tg interpreta esattamente quello che vuole e quello che non vuole l’italiano medio all’ora di cena. salvo il tg3 e il tg de la 7. per motivi politici, umanitari o forse solo per una migliore interpretazione personale delle notizie hanno dato il giusto peso alla notizia. ottimo post coach. well done . c u soon under the net

    • Giovanna Ceselli

      Dopo aver letto questa nota ho sentito come un pugno allo stomaco. Sacrosante verità….quelle che servono oggi per far capire alle nuove generazioni in erba il senso della solidarietà umana, l’unica in grado di far cambiare direzione a questo mondo ormai alla deriva. Ti ringrazio perché se tu me lo permetti, lo userò nel mio lavoro di educatore, quando di fronte ad insegnanti che fanno discorsi razzisti in una classe dove 1/4 degli studenti è straniero, saprò come controbattere efficacemente, senza farmi prendere dalla rabbia cieca.
      Ringrazio anche Alessandro Antinelli perché, finché ci saranno giornalisti che, come lui che si esprimono in questo modo, allora la speranza è viva.
      Continua così Mauro, le tue note per me ormai sono fonte indispensabile di profonda riflessione e di spunto di vita quotidiana, e anche per questo ti ringrazierò sempre!

    • Tutto giusto, Alessandro. Però c’è sempre la responsabilità individuale, prima di qualsiasi altra cosa. Del singolo giornalista, per come si comporta o accetta di comportarsi (è chiaro che né tu, né più modestamente il sottoscritto possono influenzare il modo in cui le rispettive testate trattano le notizie che escono dalla nostre competenze, possiamo solo mettere la nostra poca o tanta umanità nelle cose di cui ci occupiamo). Ma anche dello spettatore. Mio suocero guarda i tg e bestemmia e tira dei cancheri. E io gli dico sempre: cambia canale. Legge il giornale per cui scrive suo genero, e a volte mi dice: ma che roba scrivete? e io gli rispondo: cambia giornale. I media sono ‘mediamente’ peggiori di quando abbiamo iniziato, ma mai come oggi c’è la possibilità di farne a meno, di andare a bere altrove per placare la propria sete di informazione. e allora facciamolo.
      Almeno questa libertà ce l’abbiamo ancora. le rivoluzioni silenziose sono quelle che hanno effetti permanenti.

    • Credevo di aver postato la risposta ieri, ma qualcosa non ha funzionato e allora torno a scrivere. Alessandro, hai ragione e sono perfettamente d’accordo su tante cose, soprattutto sulla deriva nazional-populista dei nostri media. Ma penso anche che le rivoluzioni destinate a durare siano quelle silenziose e dei fatti. Come cambiare canale o spegnere la televisione, come smettere di comprare un giornale. Da collega, seppur di portata modesta rispetto alla tua, parlo contro i miei interessi, ma sono convinto che se i giornali e le tv sono così, un po’ di colpa ce l’abbia anche la gente che li legge e li guarda. A maggior ragione oggi, che l’offerta è tale da poterne benissimo fare a meno. Quanto a noi, cercare di dare un servizio decente almeno nella parte che ci compete è una battaglia quotidiana di trincea, ma qualcuno deve pur farla. Buona resistenza :-)

    • Giuseppe

      Alessandro Antinelli, Mauro Berruto (in rigoroso ordine alfabetico). Due persone che rendono onore all’Italia, quella vera!

      • Sono capitato qui per caso. Tornerò, a rinsaldare l’umanità dispersa nei benesseri scaldati dalle tecnologie futili.

        Grazie

  2. Concetta

    Oggi la mia nipotina mi ha chiesto ma cos’è l’olocausto? Oggi era felice che era la sua prima comunione, le ho detto in poche parole che è una triste storia, ma che non la dobbiamo dimenticare, sono stati sterminati uomini, donne e bambini affogati nell’indifferenza, la stessa di questo mare che affoga i valori che non sappiamo più cosa siano, non siamo più cosa siamo, noi popolo di emigranti, noi che al sud ancora non ci sentiamo parte di questa Italia, dalla memoria troppo corta.

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